Yunus ‘Abd al-Nur Distefano

Disse l’Inviato di Dio:

L’Islam si fonda su cinque principi: testimoniare che non vi è dio se non Iddio e che Muhammad è l’Inviato di Dio; compiere le preghiere canoniche; versare l’elemosina rituale; osservare il digiuno durante il mese di Ramadân; compiere il pellegrinaggio alla Sacra Casa di Mecca(1).

Il digiuno durante il mese di Ramadân, che è il nono mese del calendario lunare, costituisce dunque il quarto pilastro del culto islamico. D’altra parte, il mese di Ramadân era già sacro presso gli hunafâ’, i puri adoratori dell’Unità divina fedeli all’eredità di Ibrahim, il Profeta Abramo, padre del monoteismo e «Amico di Dio».
Lo statuto eccellente di questo mese è ribadito dal Profeta Muhammad, che ricorda ai credenti come Iddio lo abbia scelto per donare alle creature la Sua Rivelazione: «Le Suhuf di Ibrahim furono rivelate durante la prima notte di Ramadân. La Torah venne rivelata durante la sesta notte di Ramadân. Il Vangelo venne rivelato durante la trentesima notte di Ramadân»(2).

Anche il Sacro Corano fu rivelato da Allâh in una notte del mese di Ramadân, che la maggior parte delle tradizioni individua nella ventisettesima. Nella Notte del Destino, la Laylat al-Qadr, il Corano discende integralmente in forma sintetica nel cuore del Profeta, sebbene la Rivelazione si manifesti poi lungo l’intera vita dell’Inviato di Dio, che riceve da Jibrîl in successione singole suwar (capitoli) o gruppi di âyât (versetti) del Qur’ân (recitazione). La Rivelazione del Verbo di Dio in forma di «recitazione» viene descritta nella sûrat al-Qadr, la novantasettesima del Corano:

In verità lo abbiamo fatto scendere nella Notte del Destino.
E cosa ti farà comprendere cos’è la Notte del Destino?
La Notte del Destino è migliore di mille mesi.
Discendono gli angeli e lo Spirito in essa,
Per mandato del loro Signore, da ogni ordine di realtà.
Essa è pace, fino al sorgere dell’alba(3).

L’Inviato di Dio è dunque il «digiunatore» che si lascia «costringere» da Allâh a farsi strumento trasparente della Sua Parola, ricettacolo incommensurabile del Suo Spirito. Provvidenzialmente, le tradizioni divergono su quale sia la Notte del Destino. I sapienti esortano a «cercare la Notte» durante il mese del digiuno tramite la «ricerca il Profeta», poiché chi trova il Profeta trova la Notte in cui discende il Verbo di Allâh. Il modello profetico è dunque la premessa imprescindibile per comprendere il valore del digiuno rituale che il Sacro Corano prescrive ai musulmani:

O voi che credete! Vi è stato prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che possiate divenire timorati di Dio, per un numero determinato di giorni; ma chi di voi è malato o si trovi in viaggio, digiunerà in seguito per altrettanti giorni. Quanto agli abili che lo rompano, lo riscatteranno col nutrire un povero. Ma chi fa spontaneamente del bene, meglio sarà per lui: il digiuno è un’opera buona per voi, se ben lo sapeste! È il mese di Ramadân, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza; non appena vedete la luna nuova, digiunate per tutto quel mese e chi è malato o in viaggio digiuni in seguito per altrettanti giorni, e glorificate Iddio, perché vi ha guidato sulla Retta Via, nella speranza che Gli siate grati!(4)

Il digiuno è indicato dal termine siyam, derivante dal verbo sama, che significa anche «astenersi» e «tacere», poiché il digiuno rappresenta un’astensione ed «è in se stesso un segreto, mancandovi azione che si possa vedere, a differenza di tutte le azioni pie che sono esposte allo sguardo delle creature. Non vedendolo se non Iddio grande e potente, il digiuno è opera del tutto interiore che si attua con pura pazienza»(5). Per questa ragione Allâh, parlando per bocca del Suo Profeta, dice: «Ogni azione del figlio di Adamo gli appartiene, eccetto il digiuno, che appartiene a Me, ed Io ne do la ricompensa»(6). Il digiuno è dunque il più metafisico degli atti di fede, poiché colui che digiuna si astiene dall’azione per lasciare che sia Dio ad agire e si astiene dal sostentamento per riconoscere che è Dio l’unico Sostentatore. Per questo lo Shaykh Muhyîddin ibn ‘Arabî insegna che la gioia del digiunatore riguarda la sua partecipazione al grado dell’Incomparabilità divina.

Il credente gusta nel digiuno la presenza di Allâh, che è Indipendente dai mondi, e realizza la propria radicale povertà ontologica, nutrendosi di cibo spirituale che il suo Signore gli procura, sull’esempio del Profeta Muhammad, che affermava di essere «nutrito e dissetato» durante il digiuno di Ramadân. Quindi, rompendo il digiuno al tramonto, il credente gusta la ricchezza e la misericordia divina, poiché ha imparato a riconoscere dietro al velo delle contingenze terrene il Volto del suo Signore. Per questo si dice che il digiunatore incontra due volte Allâh, «quando compie il digiuno e quando lo rompe», gustandoLo prima nella Sua trascendenza e poi nella Sua immanenza.
L’imam Abû Hâmid Muhammad al-Ghazâlî insegna che vi sono tre gradi del digiuno. Il primo consiste nell’astenersi da cibo, bevande, fumo e rapporti coniugali dall’alba al tramonto. La tradizione, d’altra parte, raccomanda di affrettarsi a compiere il pasto che rompe il digiuno (fatûr), poiché, secondo le parole dell’Eterno, «il servo che Mi è più gradito è quello più pronto alla rottura del digiuno»(7), cioè più pronto a riconoscerMi anche nell’irradiamento teofanico dei mondi. Analogamente, l’Inviato di Dio raccomanda il sahûr: «Fate il pasto che precede l’aurora, poiché in esso c’è una benedizione»(8).

L’astinenza da cibo e bevande è obbligatoria per tutti i musulmani che non siano malati o in viaggio; ne sono esentati gli anziani che non sono più in grado di sostenerlo, i bambini, le donne in gravidanza o in allattamento. In Italia, ad esempio, i bambini delle elementari e delle medie non sono obbligati a praticare il digiuno: viene dunque meno un «problema» spesso strumentalizzato da islamofobi e fondamentalisti. Le scuole giuridiche divergono nel fissare l’età a partire da cui il pilastro del digiuno diventa obbligatorio. D’altronde, poiché si fa riferimento alla «maturità» del musulmano, l’età che segna l’inizio della partecipazione da parte del credente al beneficio del digiuno deve essere in qualche modo cercata e riconosciuta, grazie alla sensibilità spirituale del giovane, della sua famiglia e della comunità islamica, guidata dai consigli dei sapienti, nella consapevolezza che digiunare non significa semplicemente «non mangiare e non bere».

Il Profeta, d’altra parte, biasima «coloro che dal digiuno non ricavano che fame e sete», astenendosi da cibo e bevande ma non dal peccato. «Quanti facendo il digiuno lo rompono e quanti rompendolo digiunano!»(9), ricorda citando «un sapiente» l’imam al-Ghazâlî, che individua il secondo grado del digiuno nell’astenersi dagli atti riprovevoli, controllando e sottomettendo le proprie passioni. Dice infatti il Profeta Muhammad: «Il digiuno è uno scudo: se uno di voi digiuna, non si comporti da ignorante. Se qualcuno lo insulta o lo combatte, dica: “Digiuno”»(10); e ancora, denunciando la vanità di un mero digiuno formale: «Per chi non evita di dire falsità e di agire falsamente, Iddio non avrà alcun desiderio che eviti cibo e bevanda»(11).

Il grado più elevato del digiuno «è quello del cuore che si astiene dalle cure di questa vita e dai pensieri terreni e da tutto ciò che non è Dio»(12). Il musulmano che pratichi il digiuno del cuore si astiene dalle proprie concezioni individuali, dalle proprie immaginazioni, dalle proprie rappresentazioni della realtà, mantenendo costante il ricordo di Dio in ogni momento della vita. Il servo realizza la propria insussistenza di fronte ad Allâh, non vede che Lui, non Gli associa nulla, si fa strumento trasparente della presenza divina sull’esempio dell’Inviato di Dio Muhammad, che nella Notte del Destino offre un cuore puro all’irruzione del Suo Verbo nei mondi. Il significato più elevato del digiuno si può dunque attingere soltanto realizzando il modello sublime del Profeta, il digiunatore perfetto, colui che si astiene dalla propria individualità per farsi luogo teofanico. L’imam al-Ghazâlî descrive il digiuno del cuore così: «Esso è un procedere verso Dio con vero zelo, un allontanarsi da ciò che non è Dio glorioso e un ammantarsi del senso delle Sue parole: “Dì: Allâh! E poi lasciali ai loro vani discorsi”(13)»(14).

La mistica della sofferenza e l’esaltazione sentimentale della penitenza sono estranee al carattere del quarto pilastro dell’Islam. Il musulmano, infatti, non digiuna per uno slancio individuale ed estemporaneo, ma abbandona la sua volontà per aderire integralmente alla volontà di Allâh, digiunando quando è prescritto e mangiando quando il digiuno non è consentito, come nella seconda metà del mese di Sha’bân, che precede il mese di Ramadân. In altre parole, il primo atto di digiuno è l’accettazione dell’ordine divino di digiunare, e di digiunare nei momenti precisi che Egli ha decretato: il digiuno è rinuncia alla scelta individuale in nome di Dio.

Il mese del digiuno comincia non appena in cielo è visibile la luna nuova e termina dopo un ciclo lunare, quando torna a mostrarsi la luna nuova che indica l’inizio del decimo mese del calendario, il mese di Shawwâl. La mattina successiva, prima che entri il tempo per il rito del mezzogiorno, si celebra l’‘îd al-fitr, la festa della rottura del digiuno, che prevede una preghiera comunitaria. Alla preghiera segue la zakât al-fitr, un’elemosina che i musulmani versano a sigillo della purificazione, nella speranza che il proprio digiuno possa essere accettato da Dio. Nei successivi tre giorni si raccomanda ai credenti di essere «gioiosi», si fanno doni ai bambini ed è vietato digiunare.
L’Inviato di Dio insegnava ai suoi Compagni: «Quando arriva il Ramadân si aprono le porte del Paradiso e si chiudono quelle del Fuoco, mentre i demoni vengono incatenati»(15). Tuttavia, i digiunatori devono predisporsi a realizzare un digiuno autentico, che comporti la sottomissione delle passioni all’autorità dello spirito. Abû Hâmid Al-Ghazâlî paragona le tendenze individuali non soggiogate a pascoli floridi per i demoni; «finché essi rimangono fertili, i demoni non cessano di aggirarvisi, a finché questi continuano ad aggirarvisi la maestà di Dio glorioso non si rivela all’uomo ed il Suo incontro gli resta precluso. Disse il Profeta: “Se i demoni non si librassero sui cuori dei figli di Adamo, questi certamente guarderebbero al regno dei cieli”»(16).

Il mese di Ramadân è considerato il «mese della religione»: alla pratica del digiuno si lega strettamente quella dell’elemosina rituale e in genere comportamenti improntati alla pazienza e alla generosità. Si tratta inoltre di un periodo di ritiro spirituale, sull’esempio del Profeta Muhammad, che accolse la Rivelazione quand’era in ritiro in una grotta del monte Hirâ’ e serbò per tutta la vita l’uso di ritirarsi in adorazione ogni anno, con alcuni Compagni, negli ultimi dieci giorni del mese di Ramadân. D’altronde, il ritiro non comporta necessariamente un isolamento fisico, ma deve configurarsi come «ritiro dall’io», abbandono dell’illusione e dell’ignoranza.
In questo mese si moltiplicano gli atti di culto: dopo la preghiera della notte, la tradizione raccomanda di eseguire la salât al-tarâwîh, la «preghiere delle soste», istituita dall’Inviato di Dio e diffusa dal secondo dei «califfi ben guidati», ‘Umar ibn al-Khattâb. D’altronde, il digiuno rappresenta simbolicamente la condizione di purezza «virginale» dell’Inviato di Dio che accoglie la Rivelazione, e nel medesimo stato di purezza è possibile assaporare e recitare durante la preghiera il Verbo di Dio. Per questo alcuni sapienti evidenziano il carattere «muhammadico» del mese di Ramadân e affermano che, in questo mese benedetto, è il Profeta stesso a pregare tramite tutti coloro che si dispongono al rito con cuore puro.
Occorre ricordare, infatti, che «il Corano venne disceso interamente, nella Notte della Predestinazione, come uno stato indifferenziato di conoscenza divina, e si fissò non nel mentale del Profeta, ma nel suo corpo»(17), il corpo dell’Uomo Universale, il corpo del digiunatore perfetto capace di ricevere la discesa (tanzîl) del Verbo di Allâh. Secondo l’insegnamento di alcuni maestri, pertanto, è necessario che la Verità penetri «nelle ossa», e dunque i musulmani disegnano con il corpo le lettere del Suo Nome nella preghiera e sempre con il corpo si astengono dai piaceri di questo mondo nel digiuno, per incarnare il corpo del Profeta ed essere degni ricettacoli della Presenza di Dio.
Il digiunatore non si concentra sul digiuno, ma sul Signore del digiuno, su Colui che ha ordinato il digiuno costituendone nello stesso tempo il fine ultimo. Dice l’Altissimo: «O giovane che abbandoni i tuoi appetiti per Me e sacrifichi a Me la tua giovinezza, sei presso di Me come uno dei Miei angeli»(18).

È significativo notare come «Ramadân» non sia soltanto il nome del nono mese del calendario lunare, bensì uno dei Nomi divini. Allâh è Ramadân. La radice del termine, in arabo, significa «ardente», «intenso», come «ardente» era il Roveto da cui Dio parlò a Mosè. L’ardore di Allâh brucia l’illusione dell’autonomia individuale e riconduce ogni contingenza all’Assoluto. Coloro che in questo mese praticano il quarto pilastro del culto islamico e rinunciano a cibo e bevande per nutrirsi di Dio realizzano il carattere dei digiunatori prima, durante e dopo il mese sacro. Imparano a mangiare col cuore e ad assaporare Allâh, gustano Ramadân e il Suo digiuno.

Note

(1)Muslim
(2)Al-Bukhārī
(3)Corano XCVII
(4)Corano II, 183-185
(5)Al-Ghazâlî, Il ravvivamento delle scienze religiose, UTET, p.219
(6)Al-Bukhārī
(7)Al-Tirmidhī
(8)Muslim
(9)Al-Ghazâlî, op.cit., p.226
(10)Al-Bukhārī
(11)Al-Bukhārī
(12)Al-Ghazâlî, op.cit., p.220
(13)Corano VI, 91
(14)Al-Ghazâlî, op.cit., p.220
(15)Muslim
(16)Al-Ghazâlî, op.cit., p.220
(17)Titus Burckhardt, Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam, Mediterranee, p.40
(18)Hadīth qudsī dove Dio parla per bocca del Profeta. Non appare nelle raccolte canoniche, ma è citato da molti maestri

riferimento: http://www.islamicita.it

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