islamicaNel nuovo ordine energetico, i Paesi produttori di petrolio (finché dura) recitano un grande ruolo. I fondi sovrani mediorientali sono già partiti alla conquista di asset strategici, il che ci conduce direttamente al tema della finanza islamica. Ecco un articolo di approfondimento, una divagazione rispetto al filone principale sino-centrico.

Un miliardo e 300 milioni di musulmani, cioè un quinto della popolazione mondiale. Alcuni vivono in Paesi ad alto tasso di crescita – come l’India e l’Indonesia – altri camminano letteralmente sul petrolio. Altri ancora sono già parte del nuovo ceto medio europeo e nordamericano.
Nessuna banca e nessun fondo d’investimento può ignorarli, ma per interessarli al business, bisogna che il mercato finanziario – proprio come Maometto con la famosa montagna – vada a loro.

E’ nata così la finanza islamica, cioè il mercato attento alla Sharia, la legge basata sul Corano. Sta letteralmente esplodendo, tanto che “Forbes” le dedica uno speciale: ma che significa, in cosa si distingue dalla finanza convenzionale?

“La fondamentale differenza filosofica consiste nel fatto che il rischio deve essere condiviso e le controparti devono avere una partecipazione attiva“, spiega lo sceicco Yusuf Talal DeLorenzo, uno dei pochi broker accreditati sul mercato della Sharia (un’elite di superprofessionisti che, oltre che nei normali studi economici, devono essersi laureati anche in codice islamico).

Oltre a vietare investimenti in attività “immorali” – casinò, pornografia, armi di distruzione di massa e tutto ciò che abbia a che fare con la carne di maiale – la finanza islamica ha infatti uno scopo preciso: tendere a una maggiore giustizia sociale attraverso la condivisione sia dei rischi sia dei profitti.

Vietatissimo è l’interesse. Così un istituto che emette “sukuk” non vende un debito, come nel tradizionale mercato delle obbligazioni. Offre piuttosto la quota di un asset; chi sottoscrive, trae profitto dalla percentuale in suo possesso.
Chi è a caccia di finanziamenti non contrae un prestito a interessi; fa piuttosto una “musharakah“, cioè una partnership con condivisione di profitti e perdite.
Questo facilita la circolazione di denaro, perché gli investitori “Sharia-correct” sono sempre alla ricerca di investimenti produttivi, cioè ammessi.

La banca che vi aiuta a comprare casa, non sta concedendovi un mutuo: sta letteralmente comprando l’immobile con voi.
Ma dove sta il suo profitto? Ci sono tanti accorgimenti. L’istituto può per esempio comprare la casa permettendovi di riacquistarla a rate sulla base di un prezzo concordato che è superiore al valore di mercato originario. Tecnicamente non si tratta di interessi: semplicemente, la casa costa un po’ di più.

Nessuno può vendere ciò che non possiede ed è proibito il rischio eccessivo. Questo fa per esempio piazza pulita delle nostre assicurazioni, sostituite dal “takaful“, un meccanismo per cui un gruppo di persone si mette insieme per fronteggiare i rischi.

La proibizione dell’azzardo fa sì che le banche islamiche – a differenza delle nostre – non possano concedere prestiti superiori alle proprie riserve. Nel mercato convenzionale il rischio è calcolato: gli istituti si espongono perché è altamente improbabile che tutti coloro che hanno depositi in una data banca li chiedano indietro contemporaneamente. Ma nella finanza islamica è vietato, il che offre molte certezze ai clienti, ma consente pochi margini di crescita alle banche stesse.

Non c’è troppo da meravigliarsi, del resto, perché le origini di questa finanza “etica” sono ben radicate anche nella nostra cultura occidentale. Qualsiasi broker islamico si riconoscerebbe per esempio nel “contractum trinius“, un prodotto finanziario medievale che aggirava il veto della chiesa cattolica contro l’usura attraverso un complicato meccanismo di tre transazioni simultanee.

A quell’epoca gli interessi erano proibiti per un motivo molto semplice: il denaro è improduttivo e fare soldi dai soldi è immorale.
Ancora nel 1745, papa Benedetto XIV riaffermò il divieto d’usura con l’enciclica “Vix Pervenit“. Ma il centro della ricchezza mondiale si era ormai spostato dalla penisola italiana all’Europa nordoccidentale, dove il dinamismo del mercato non si curava certo degli scrupoli etici e dove l’economia politica aveva ormai sostituito la teologia.

L’aspetto della condivisione è centrale nella finanza islamica, che mette l’accento sulla fratellanza. Dal punto di vista economico, questo significa che se un pescatore compra il diritto di pescare nel mio lago per un’ora, esiste in partenza il rischio che lui “guadagni” (peschi) eccessivamente oppure troppo poco. Uno tra noi due rimarrebbe comunque insoddisfatto. Come si evita questo rischio foriero di inimicizia? Semplice, basta non fissare un prezzo in partenza, ma stabilire il principio che qualsiasi guadagno sarà equamente distribuito.

Si dice che attualmente, a livello globale, i fondi islamici gestiscano circa 500 miliardi di dollari in investimenti. Non è molto, ma il mercato è in crescita grazie all’aumento di benessere in molti Paesi musulmani e alla radicalizzazione delle convinzioni diffuse.
Il maggiore centro finanziario dell’Islam è Dubai, ma altri hub sono in lizza per sottrargli lo scettro, come il Regno del Bahrain. Alla finestra ci sono Singapore – la vicina Malaysia è fortemente islamica – e perfino Londra: un milione e mezzo di di musulmani britannici sono decisamente un mercato appetibile.

riferimento:
http://www.chen-ying.net/blog/?p=343

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