di Tariq Ramadan

La maggior parte degli insegnamenti religiosi classici che riguardano il mese di Ramadan vertono sulle regole da rispettare o sulla dimensione profondamente spirituale di questo mese di digiuno, privazione, adorazione e meditazione.

Riflettendo più in profondità ci si rende conto che nel mese di Ramadan avviene il connubio di due istanze apparentemente contraddittorie che in realtà ricoprono insieme tutta l’ampiezza dell’universo della fede. Meditare su queste diverse dimensioni è un dovere per ogni coscienza, ogni donna e ogni uomo, ogni comunità di fede ovunque si trovi.

Non si sottolinea mai abbastanza l’importanza dell’andare verso le profondità di se stessi durante mese di Ramadan. Il mese di Ramadan è un mese di rottura : questo è vero nelle nostre società più che dalle altre parti… nelle società consumistiche, in cui siamo abituati ad avere facile accesso ai beni e a possederne, e in cui siamo trascinati dall’individualismo pronunciato della nostra quotidianità. Questo mese richiede che ciascuno, lei o lui, ritorni al centro e al senso della propria vita. Al centro, c’è Dio e il proprio cuore, come il Corano ci ricorda « … E sappiate che [la conoscenza di] Dio si trova tra l’uomo e il suo cuore ». Al centro, ciascuno è chiamato a riannodare un dialogo con l’Altissimo e il Vicinissimo… un dialogo di intimità, sincerità e amore. Digiunare è cercare… con lucidità, con pazienza e fiducia… la giustizia e la pace con se stessi. Il mese di Ramadan è il « mese del Senso»…Perché questa vita ? E Dio nella mia vita ? E mia madre e mio padre… viventi o già scomparsi ? E i miei figli ? E la mia famiglia? E la mia comunità spirituale? Perché questo universo e questa umanità ? Che senso ho dato al mio vivere quotidiano, che senso so incarnare io?

Il Profeta dell’islam, (pace e benedizione di Dio su di lui) ci ha avvisati : « Alcuni otterranno dal loro digiuno solo fame e sete »… Si riferiva a quelle e quelli che digiunano meccanicamente come mangiano. Si privano di mangiare con la stessa incoscienza e leggerezza che sono abituati ad avere quando consumano. E infatti « consumano » il mese di digiuno e lo trasformano in tradizione culturale, in un modo di far festa, cioè nel mese dei festini e delle notti di Ramadan. Il digiuno dell’alienazione estrema… un digiuno che è un contro-”Senso”!

E contemporaneamente, ogni anno, mentre questo mese ci invita agli orizzonti profondi dell’introspezione e del senso, ci ricorda anche il senso del dettaglio, della precisione e della disciplina nella pratica. Il giorno preciso dell’inizio di Ramadan si deve cercare con rigore; il momento preciso in cui ci si deve fermare di mangiare prima dell’alba ; la preghiera « a tempi determinati » ; il momento esatto della rottura del digiuno. In tempo di meditazione profonda tra noi stessi e Dio, ci potrebbe venire il pensiero che sia permesso lasciarci andare, che la nostra ricerca di senso sia talmente profonda da permetterci di fare economia di piccoli dettagli quali l’ora e le altre regole. L’esperienza del mese di Ramadan ci dice esattamente il contrario: non c’è spiritualità profonda, non c’è autentica ricerca del senso senza disciplina e rigore, verso le regole da rispettare e del tempo da suddividere. Il mese di Ramadan è connubio di profondità del senso e precisione rigorosa della forma.

Esiste una « intelligenza del digiuno » che nasce proprio da questo connubio di profondità e forma: digiunare col corpo è scuola per esercitare spirito. La rottura che implica il digiuno è un invito al cambiamento ad una riforma profonda di se stessi, della propria vita e si può realizzare unicamente con una rigorosa introspezione intellettuale (murâqaba). Per realizzare il fine ultimo del digiuno, anche dopo il mese di Ramadan, la fede richiede uno spirito esigente, lucido, sincero, onesto e capace di una sana autocritica. Ciascuno ne deve essere capace per se stesso, davanti a Dio, in solitudine come nell’impegno tra gli altri esseri umani. Si tratta di essere padroni delle proprie emozioni, di guardarsi in faccia e prendere le decisioni che richiede la trasformazione del proprio essere e della propria vita, alfine di avvicinarsi al Centro e al Senso.

I musulmani di oggi hanno bisogno più che mai di riallacciarsi a questa scuola di spiritualità profonda e di esercizio dell’intelligenza rigorosa e critica. Sopratutto in Occidente. Nel tempo in cui la paura si instaura, il sospetto diviene generalizzato, e i musulmani sono tentati dall’ossessione di doversi difendere e discolpare da presunte colpe, il mese di Ramadan li richiama alla loro dignità e alla loro responsabilità. E’ urgente che imparino a controllare le loro emozioni, che superino i loro timori e i loro dubbi e ritornino all’essenziale con fiducia e tranquillità. E’ indispensabile ugualmente che si impongano il rigore e l’onestà nella valutazione del loro agire individuale e collettivo: l’introspezione collettiva e l’auto-critica sono essenziali in ogni processo di trasformazione delle comunità e società musulmane.

Invece di deprecare « quelli che governano », « l’Altro », « l’Occidente », etc., è meglio fare proprio l’insegnamento del mese di Ramadan : voi siete in fondo ciò che fate di voi stessi. Che facciamo di noi stessi, oggi ? Qual’è il nostro contributo nel campo dell’educazione, della libertà, della giustizia sociale, nella promozione della dignità delle donne e dei bambini o ancora nella protezione dei diritti dei poveri e degli emarginati? Che esempio diamo di una spiritualità profonda, intelligente e attiva? Cosa abbiamo fatto del nostro messaggio universale di giustizia e di pace? Del nostro messaggio di responsabilità, fraternità umana e amore? Tutte questi interrogativi nel nostro cuore e nello spirito… e una sola risposta ispirata dal Corano e alimentata dall’esperienza di Ramadan : Dio non cambierà niente se tu non cambi niente.

traduzione a cura di P.K. Dal Monte
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