Reppublica, MILANO – «Se il mondo occidentale avesse adottato i precetti della finanza islamica il crollo dei mercati a cui stiamo assistendo in questi giorni non si sarebbe verificato». Parola di Duncan Smith, direttore generale dell’ Arab Banking Corporation (Abc). Il motivo: la finanza islamica proibisce di trarre vantaggio dalla mancanza di informazioni altrui. Così come proibisce di stipulare un contratto legandolo a eventi ignoti. Insomma, questa pratica economica rispettosa della Sharia e sempre più attuata nei paesi islamici non avrebbe ammesso prodotti complessi (e tutt’ altro che trasparenti) come le obbligazioni strutturate, di cui i mutui subprime e i cdo (collaterized debt obligations) sono fra gli esempi più deteriori. Dunque, un po’ di finanza etica, se non propriamente islamica, ci starebbe bene anche da noi. Senza contare che già oggi gli investimenti trainati dai Paesi del Golfo e dall’ Arabia Saudita che s’ ispirano ai principi della Sharia hanno superato i 700 miliardi di dollari. Mentre in Europa sia la Svizzera sia la Gran Bretagna hanno aperto le porte a un mercato molto promettente sia nel segmento dei mutui immobiliare per la popolazione di religione islamica sia per i sukkuk, sorta di bond ammessi dal Corano. «Se l’ Italia non adegua le sue leggi e i regolamenti consentendo il funzionamento della finanza islamica – osserva l’ avvocato Mohamad Bakkar dello studio Petrucci ; Associati – rischia di essere tagliata fuori dal mercato emergente dei Sukkuk». Ed è anche per questi motivi che nei giorni scorsi si è tenuto a Milano un seminario organizzato fra gli altri dalla società di consulenza Athena, da Asteria Merchant Bank dallo studio legale americano Prosakauser Rose, per spiegare le basi di una finanza rispettosa dell’ Islam. E allora? «Il mercato internazionale», sostiene Stefano Masullo, direttore editoriale di Shirkah Finance, «mostra un interesse crescente nei confronti di prodotti che non prevedano la Riba, cioè la corresponsione di interessi, ed escludano comportamenti di Gharar (irragionevole incertezza), di Masir (speculazione) ed Haram, vale a dire ciò che è esplicitamente proibito dal Corano come l’ alcool, il gioco d’ azzardo o i suini». Tralasciando le implicazioni squisitamente religiose resta da capire come sia possibile fare finanza senza la corresponsione di interessi. In realtà non è proprio così. Prendiamo il caso dei mutui, uno strumento che Abc ha lanciato in Gran Bretagna sotto il marchio alburaq. Il sistema funziona così: la banca acquista l’ immobile e ne cede il 20% al cliente. A questo punto, e per la durata di un mutuo tradizionale, il cliente acquista progressivamente un pezzetto della sua casa. Ma non è tutto: l’ acquirente paga anche un affitto che si riduce con periodici aggiustamenti mano a mano che cresce la quota di proprietà della casa. Il punto è proprio in quell’ affitto che include al suo interno il tasso libor, maggiorato di alcuni punti. Tuttavia il libor è ammesso dalla finanza islamica, perché si tratta di un elemento trasparente. E dunque come osserva Bakkar: «Alla fine il costo è uguale a quello di un mutuo tradizionale. Però in questo caso è stata rispettata la Sharia. Peccato che in Italia non sia possibile un’ operazione semplice come questa perché anche la banca (e non solo il cliente) sarebbe costretta a pagare le tasse sull’ acquisto dell’ abitazione rendendo così l’ operazione fuori mercato». per saperne di più http://www.assoetica.it/finanza_islamica.htm http://www.shirkah-finance.com http://www.arabbanking.com Imprese&mercati – GIORGIO LONARDI, 20 marzo 2008